Documentari allo Slow Food on Film di Bologna
Il prossimo festival Slow Food on Film si svolgerà dal 7 all’ 11 Maggio a Bologna grazie alla collaborazione e i locali della Cineteca Comunale.
Molti i documentari che vale la pena segnalare, a partire dalla versione (restaurata pro... (Continua)
Finalmente Maradona: il documentario di Kusturica al Festival di Cannes 2008
Ne parlavamo già alcuni mesi fa, adesso l'ufficialità arriva direttamente dal sito del Festival di Cannes: Emir Kusturica ha ultimato e sta per presentare il suo documentario su Diego Armando Maradona. Il titolo è il più... (Continua)
Stanley Kubrick documentarista (1951- 1953)

Prima di diventare un gigante del cinema mondiale, Stanley Kubrick era un fotografo. Il passaggio alla settima arte passò, come logico e come molti sapranno, dal documentario. Il grande regista girò infatti tra 1951 e 1953 tre corti doc... (Continua)
Salvare le sale di provincia e rilanciare il documentario: la proposta di Doc In Tour 2008
Come diffondere la cultura del documentario e rilanciare le sale di provincia, spesso chiuse o ai margini della distribuzione nazionale? Una risposta arriva da Doc In Tour 2008, rassegna itinerante di documentari che, tra il 31 marzo e il 3 giugno, po... (Continua)
Recensione di "Il futuro non è scritto - Joe Strummer" di Julien Temple
Articolo pubblicato su cinema.it il 29.02.2008
Trama: Documentario sulla vita e la musica di Joe Strummer (1952- 2002) , storica voce della band inglese The Clash ma anche di 101ers e più recentemente The Mescaleros e (per breve tempo)... (Continua)
Oscar per il Documentario 2008 a "Taxi to the Dark side" di Alex Gibney
Dopo la presentazione di Standard Operating Procedure di Errol Morris alla 58a Berlinale, i riflettori tornano subito a essere puntati sull'utilizzo della tortura nella "Guerra al terrorismo" dell'amministrazione Bush jr. Nella notte del trionfo dei fratelli Joel e Ethan Coen con Non è un paese per vecchi, l'Oscar per il miglior documentario è infatti andato a Taxi to the other side di Alex Gibney, già autore di Enron- l'economia della truffa, superando nelle preferenze anche il più famoso Sicko di Michael Moore. Prendendo spunto dalla morte di un autista di taxi afgano detenuto nella base americana di Bagram, il filmè un'indagine sugli abusi e le torture praticate dall'esercito degli Stati Uniti nei confronti delle persone sospettate di terrorismo, in barba alla Convenzione di Ginevra.
Berlinale 2008. Gran premio della giuria a "Standard Operating Procedure" di Errol Morris
Articolo di Silvia Nugara pubblicato su Cinema.it il 15.02.2008
S.O.P. (Standard Operating Procedure) è la sigla che è stata utilizzata dalla corte marziale per classificare alcuni degli atti ritratti nelle foto del carcere di Abu G... (Continua)
Berlinale 2008: Orso d'oro a "Tropa de elite" di José Padilha
Articolo di Sara Mamone sul film Tropa de Elite, Orso d'oro alla Berlinale 2008, tratto dal sito www.drammaturgia.it
Film di violenza assoluta e senza margini di speranza Tropa de elite del brasiliano José Padilha è la storia di... (Continua)
Dopo le polemiche "In Fabbrica" di Francesca Comencini finalmente su Rai 3
Dopo la presentazione al Torino Film Festival, l'anteprima all'Auditorium di Roma e un codazzo di polemiche da operetta, verrà alfine proiettato su Rai3 alle ore 23.00 di Giovedì 14 Febbraio il documentario In Fabbrica di France... (Continua)
A 40 anni dal 1968 l’America e Spielberg ricordano la contestazione e i Chicago 7
Nell’anno in cui si festeggiano i 40 anni del 1968, due film americani tornano sugli anni della contestazione e in particolare sui disordini di Chicago. Quell’anno infatti migliaia di manifestanti irruppero nella Convention annuale del Partito Democratico per manifestare contro la Guerra in Vietnam, scatenando una guerriglia contro la polizia che provocò grande scalpore, alcuni feriti e una repressione senza precedenti. Sette di essi, i famosi Chicago 7, vennero in seguito giudicati in un processo ultra- mediatizzato in cui furono chiamati a testimoniare figure fondamentali della controcultura americana, come Norman Mailer, Jesse Jackson e Timothy Leary, e che segnò un punto fondamentale della generazione della contestazione negli Stati Uniti.
Il primo è Chicago 10, originalissimo “documentario di animazione” che si basa sugli atti del processo fondendo materiale d’archivio e le voci di attori come Nick Nolte e Mark Ruffalo, con uno stile grafico che ricorda vagamente quello utilizzato in A scanner darkly e Waking Life di Richard Linklater. Realizzato da Brett Morgen, già candidato all’Oscar per il documentario nel 1999 con On the ropes, il film è stato presentato al Sundance e a Locarno nel 2007.
L’altro progetto è capitanato nientemeno che da Steven Spielberg che produrrà e dirigerà The Trial of the Chicago 7, film di fiction ispirato a quei fatti e per il quale pare siano già stati reclutati attori del calibro di Philip Seymour Hoffman, Sacha Baron Cohen, Will Smith e Kevin Spacey.
Comizi d'amore: da Pasolini a Scurati (1965- 2008)
Pare che lo scrittore Antonio Scurati stia lavorando insieme alla Fandango a una sorta di aggiornamento dei celebri Comizi d'amore che Pier Paolo Pasolini realizzò nel 1965. Il principio di Pasolini era al contempo banale e rivelatore: girare l'Italia (in particolare, ma non solo, quella più profonda), tra balere, bar e altri luoghi "popolari" per porre domande sulla sessualità, l'amore, il divorzio, l'Italia e altri argomenti delicati. Il risultato, forse più che in opere più complesse e programmatiche del regista, era uno spaccato sull'Italia del tempo e le sue contraddizioni al contempo lieve e profondo. Oltre agli "italiani medi" (tendenzialmente ignoranti e benpensanti) comparivano anche Alberto Moravia, Oriana Fallaci e Cesare Musatti.
In attesa di vedere se e come il progetto di Scurati si concretizzerà, e con l'inquietante presentimento che su temi quali omosessualità e religione sia scomparsa solo la freschezza ma non il pregiudizio degli italiani, è interessante rivedere alcuni spezzoni dell'originale.
Trailer di "Morire di lavoro" di Daniele Segre
Ne parlavamo un mese fa. Da ieri è disponibile online il trailer del nuovo documentario di Daniele Segre sulle morti sul lavoro. Il film è stato appena ultimato, in un momento in cui non si sono ancora (fortunatamente) spente le polemich... (Continua)
Un documentario di Louis Malle quasi inedito: "Vive le Tour" (1962)
Nel 1962 il grande regista francese Louis Malle, appena trentenne ma già reduce dal successo del visionario adattamento di Zazie nel Metrò di Raymond Quéneau, girò un bellissimo e sorprendente mini- documentario sul ... (Continua)
Guida al download responsabile #7: "The Fog of War" di Errol Morris
Stavolta si tratta di un download totalmente legale e ai limiti dell'inesistente concetto di "imperdibile". All'indirizzo http://best.online.docus.googlepages.com/ è infatti possibile scaricare, tra gli altri, il film The Fog of War... (Continua)
Un documentario di Daniele Segre sulle morti sul lavoro
Molti segnali indicano che il lavoro sta tornando al centro, oltre che del dibattito politico, dell'interesse dei cineasti italiani. Normale e quasi doveroso quindi occuparsi di uno dei grandi mali del nostro paese: le morti sul lavoro.
Fa quindi piace... (Continua)
Documentari al 25° Torino Film Festival: "Il confine" di Stefano Mordini e "La Mal'ombra" di A.Segre e F.Cressati
In un concorso italiana.doc del Torino Film Festival che ha premiato La naciòn Mapuce di Fausta Quattrini, vanno segnalati due documentari che trattano due temi diversi eppure al cuore della realtà politica italiana: Il co... (Continua)
Documentari al 25° Torino Film Festival: "In Fabbrica" di Francesca Comencini
Articolo originale su Cinema.it
Materiali di repertorio (prevalentemente provenienti dalla RAI e dall’ Archivio audiovisivo del movimento operaio democratico) sul lavoro in fabbrica e l’evoluzione della classe operaia in Italia dal dopogue... (Continua)
Documentari al 25° Torino Film Festival: “Noi dobbiamo deciderci” di D’Agostino & Lavorato e “L’esame di Xhodi” dei fratelli De Serio
La 25° edizione del Torino Film Festival ha presentato nel concorso Italiana.Doc due opere che confermano due tendenze del cinema documentario italiano: una vocazione politica molto forte e la tendenza a curare la regìa in coppia o addiritt... (Continua)
Documentari al 25° Torino Film Festival: “Joe Strummer: the Future is Unwritten” di Julien Temple
Sabato 24 novembre è stato presentato al Torino Film Festival "Joe Strummer: the Future is Unwritten" documentario- tributo all’ex cantante dei The Clash (ma anche 101ers e più recentemente The Mescaleros) realizz... (Continua)
Inizia il 25° Torino Film Festival: largo al documentario, meglio ancora se italiano
Minacciato (o forse no?) dalla prossimità temporale con la ben più abbiente eppur nazional- popolare (leggi: veltroniana) Festa del Cinema di Roma, il 25° Torino Film Festival, il primo dell’era Nanni Moretti, sembra aver pun... (Continua)
Sulmonacinema Film Festival 2007: vince "Onibus" di Augusto Contento
E' sempre più concentrato sul documentario il Sulmonacinema Film Festival, storica rassegna di opere prime e seconde curata da Roberto Silvestri, giunto quest'anno alla 25a edizione. Spesso trampolino di lancio per futuri grandi nom... (Continua)
"D'amore si vive" di Silvano Agosti (1984)
Correva l'anno 1984 quando Silvano Agosti, incatalogabile autore/regista/scrittore (si veda la sua biografia su wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Silvano_Agosti), realizzò un documentario dal titolo "D'amore si vive", inizialmente concepito per la tv. Nove ore di girato a Parma e provincia, raccolte intervistando sei persone dal profilo molto diverso tra loro, per tentare una riflessione su amore, sesso e tenerezza. Agosti intervista una mamma con un difficile rapporto col sesso, una tossicodipendente, un transessuale, una anziana prostituta, un travestito e un bambino. Assolutamente straordinario quest'ultimo: precocissimo eppure di un candore assoluto, mostra una cosa che solitamente viene censurata o omessa, qualcosa che si considera oscena o addirittura inconcepibile: la coscienza sessuale di un bambino. Non che all'epoca della sua uscita lo abbiano visto in molti, ma la sensazione è che oggi, ventitre anni dopo, in quella stessa Italia, risulterebbe ancora più sconveniente. Su eMule è possibile scaricarlo per intero. Link: http://www.imdb.com/title/tt0167863/
Guida al download responsabile #6: "Hearts and Minds" di Peter Davis

Michael Moore lo ha definito il suo documentario preferito, forse il suo film più amato in assoluto. Hearts and Minds (112 minuti), il documentario capolavoro sul Vietnam di Peter Davis, uscì nel 1974 in un'America ancora divisa in due. Ostacolato dall'esercito americano e dai suoi generali che tentarono in mille modi di ritardarne l'uscita con azioni legali, venne immediatamente osannato dal fronte pacifista. Attraverso interviste sorprendenti e abbondante materiale d'archivio, il film esplora non solo le ragioni dei pacifisti ma tenta di dare la parola anche ai Vietnamiti stessi, analizzando insieme anche le ragioni razziste e quasi messianiche degli alti respomsabili dell'esercito americano nel conflitto. Presentato al Festival di Cannes e vincitore dell'Oscar per il miglior documentario, oggi va guardato non solo come un documento d'epoca ma come un'opera di analisi documentaria pionieristica. Come accade con i film di difficile reperibilità, la soluzione per procurarselo è il download oppure l'acquisto della (sontuosa ma piuttosto cara) edizione in dvd della Criterion Collection.
Shoah di Claude Lanzmann finalmente in DVD con Einaudi

Alla fine ci ha pensato Einaudi a lavare l’onta della non- distribuzione in Italia di Shoah, il capolavoro- fiume di Claude Lanzmann, che arriva finalmente da noi in DVD, a ventidue anni dalla sua uscita in Francia.
Un’opera di 9 ore e mezza, fatta quasi esclusivamente di testimonianze, principalmente sopravvissuti alla Shoah, che Lanzmann aveva raccolto dopo anni di ricerca in 14 paesi. Un film seminale non solo per la rappresentazione della Shoah al cinema, che da allora avrebbe conosciuto un successo notevole, ma persino del dibattito storiografico sul tema. Al punto che in Francia il film, che conobbe anche una trascrizione in un volume con prefazione di Simone De Beauvoir, è regolarmente proiettato nelle scuole in una versione che include 6 sequenze di mezzora ciascuna.
In attesa dell’uscita del DVD è possibile leggere, oltre a un libro che raccoglie le testimonianze presenti nel film (edito per Bompiani con una prefazione di Simone de Beauvoir), una breve intervista che Lanzmann ha rilasciato a Bernardo Valli per Repubblica
Vedi anche l'intervento di Maurizo G.De Bonis nel suo blog CineCulture:
Terra di tutti film festival a Bologna
Si svolgerà dal 12 al 14 ottobre a Bologna, presso la Sala Cervi della famosa Cineteca comunale, la prima edizione del Terra di tutti film festival, rassegna dal significativo sottotitolo "Documentari e cinema sociale dal sud del mondo&q... (Continua)
Astrolabio.doc, il "Mercato del Documentario Europa Medio Oriente"
Dal 4 al 7 ottobre si svolgerà alla Nuova Fiera di Roma il Mercato del Documentario Europa Medioriente riservata a progetti che possano interessare soggetti europei e mediorientali in termini di produzione, cooproduzione e distribuzione. Sono a... (Continua)
In anteprima- recensione di "Sicko", il nuovo film di Michael Moore

Pubblichiamo in anteprima una recensione di SICKO, il nuovo film di Michael Moore, regista di Bowling a Columbine e Fahreneit 9/11, la cui uscita nelle sale italiane è prevista per il 24 agosto prossimo.
Dopo il controverso Fahreneit 9/11, premiatissimo al botteghino (è il documentario di maggior successo della storia del cinema), Oscar per il documentario e Palma d’oro al Festival di Cannes del 2004, Michael Moore è tornato con Sicko a quello che sa fare meglio: l’analisi impietosa del sistema americano attraverso un singolo fenomeno rivelatore del malessere di una nazione. Era stato così in Roger & Me, che partiva dalle delocalizzazioni e i licenziamenti della General Motors per estendersi su tutto il sistema produttivo ed economico americano, e soprattutto di Bowling for Columbine, incentrato sull’uso e la circolazione delle armi da fuoco. Con il suo nuovo film Moore conferma di aver ormai decisamente virato verso un populismo che farà storcere il naso ad alcuni spettatori, specie europei, ma recupera una lucidità e una coerenza che erano venuti meno in Fahreneit 9/11. Insieme alla pena di morte, l’esistenza di un sistema sanitario privatizzato è forse l’elemento degli Stati Uniti che più indigna l’opinione europea. Dopo aver lanciato un appello dal suo sito, in cui chiedeva agli americani di raccontare le proprie storie di malasanità, Moore ha indagato e filmato un’infinità di storie minime di cittadini americani. Dal falegname che ha perso due falangi e che se ne è fatta riattaccare una sola perché l’altra era troppo cara, alla madre che ha perso la figlia perché l’ospedale non riconosceva la sua assicurazione medica. Dalla donna cui non viene diagnosticato un cancro per non dover rimborsare i costi di una chemioterapia alle statunitensi che decidono di sposare un canadese per avere una copertura medica. Anche chi è coperto è spesso a rischio, sottoposto al rigido controllo di assicurazioni alla costante ricerca di cavilli burocratici e patologie pregresse che permettono loro di non corrispondere le prestazioni mediche dovute.
Seguendo uno schema preciso e talvolta un po’ripetitivo, il film alterna agli vergogne sanitarie americane il ritratto del sistema medico di un altro paese di cui viene mostrata la superiorità. Così Moore mostra come Canada, Regno Unito, Francia e persino Cuba godano di un sistema sanitario pubblico, ed in generale di un sistema di protezioni statali, che protegge i propri cittadini assai più che negli Stati Uniti. Dalla sanità, il regista si allarga a tutto il sistema statunitense, rivelando un paese in cui la classe politica, da Nixon fino alle ultime riforme Bush jr, ha smantellato ogni forma di protezione statale, svendendosi poi letteralmente alle case farmaceutiche, principali contributrici delle loro campagne elettorale. Un paese di indebitati cronici dove la mortalità infantile è più alta che a Santo Domingo ma dove le compagnie assicurative fanno super profitti.
Lo stile del regista non è cambiato: Moore è spesso in scena in prima persona a fare domande provocatorie o commentare, con una voce off molto insistente, situazioni surreali oppure lacrimevoli, mescolando alle interviste alcuni inserti documentari che testimoniano macchinazioni e scandali politici. Dotato evidentemente di una eccellente équipe di archivisti, Moore regala alcune gemme d’archivio, tra cui spicca il discorso pubblico dell’allora attore Ronald Reagan nel quale il futuro presidente spiega che, in pratica, accettando oggi una sanità pubblica, saremo presto in un sistema collettivizzato e socialista. Di grande impatto il finale, nel quale Moore, dopo aver scoperto che l’unico luogo degli USA dove le prestazioni sanitarie sono gratuite è il “campo per terroristi” di Guantanamo, decide di accompagnarvi alcuni soccorritori dell’ 11 Settembre cui lo stato ha rifiutato ogni assistenza, oltre ad alcuni cittadini senza copertura medica. Di fronte all’impossibilità di ricevere tali cura, la comitiva (con mossa scaltramente preparata, ovviamente) si sposta a Cuba dove a tutti sono concesse cure gratuite e manifestazioni di solidarietà ed affetto.
Non cambiando lo stile restano, ovviamente, alcuni difetti intrinsechi a quest’ultimo. Abbiamo detto del populismo, cui si aggiungono la parzialità di certi interventi (a rigor di logica, intervistare una famigliola felice della classe media francese non significa che tutti i francesi siano più felici e tutelati degli americani), un gusto stucchevole per le frasi ad effetto e certe cadute decisamente kitsch, come quando il regista passeggia sul Pont de la Concorde a Parigi con in sottofondo “Je t’aime, moi non plus” di Serge Gainsbourg. In una parola, a voler fare un’obiezione estetica, l’impostazione di Sicko, come già gli altri film del regista, rimane di gusto molto “americano”.
Alora la domanda è semplice: il fine giustifica i mezzi? Chi conosce la ferocia del dibattito politico statunitense e il potere di certe opinioni, sostenute da potenti lobby, contro la sanità pubblica (nel film si osservano politici e opinionisti avanzare obiezioni del tipo “Volete che sia lo stato a scegliere per voi?”, “Se vostra madre si sentisse male, dovreste prima parlare con un burocrate e poi con un medico”), forse converrà che lo stile di Moore è necessario per aprire una porta che sembra sprangata. E per quanto non propriamente rigoroso, il suo cinema è il massimo di quanto si possa proporre al grande pubblico americano senza passare da intellettuali filo-europei.
Probabilmente chi non ha amato Moore finora non cambierà idea visto che, come in passato, il regista continua a prestare il fianco agli argomenti dei suoi detrattori (su internet sono un’infinità, il più famoso dei quali è citato anche nella fine di Sicko), per i quali rimane un populista, un manipolatore furbetto, uno che si è fatto una grande pubblicità e ha fatto i soldi giocando sullo sdegno degli americani e sull’anti- americanismo degli europei .
Tutto (in misura diversa) vero ma resta, oltre a uno stile documentaristico comunque originale, il coraggio di affrontare in maniera diretta temi di questa portata, portando il dibattito a un livello probabilmente più esteso di qualunque altro film politico o movimento civile non solo americano. E la posta in gioco, ovvero la creazione di un sistema sanitario universale e gratuito negli Stati Uniti, non è cosa da poco. Chi ha fatto di più scagli la prima pietra.
Curiosità: Il film è dedicato alla madre di Michael Moore ed alla memoria dello scrittore Kurt Vonnegut, scomparso lo scorso 11 Aprile, grande icona del pacifismo americano, strenuo oppositore della guerra in Iraq e fonte di ispirazione per svariate generazioni di attivisti politici in America. Uno di questi, Tom Morello, ex chitarrista di Rage Against the Machine e Audioslave, è autore della canzone "I'm alone with you", presente nella colonna sonora del film.
Link
Sito ufficiale del regista www.michaelmoore.com
Sito ufficiale del film http://www.sicko-themovie.com/
La pagina di YouTube dedicata al progetto Sicko http://www.youtube.com/group/SiCKOthemovie
La pagina del più popolare dei siti anti Michael Moore www.moorewatch.com
L'inedito uccide: #1 "L'inedito senso del pudore"- intervento di Antonio Bellia
Forse non molti sanno che molti festival italiani dedicati al documentario, talvolta anche quelli di media e piccola grandezza, impongono a un film, perchè sia proiettato in concorso, di essere "inedito", ovvero che non sia mai stato mo... (Continua)
Recensione: "Occupation Dreamland" di Ian Olds, Garrett Scott
Trama: Autunno 2003: poco prima della grande rivolta di Fallouja, la vita quotidiana di un contingente di truppe americane inviate in Iraq con il compito di distendere i rapporti con la popolazione locale e al contempo di mantenere l’ordine. Tra perquisizioni, morte sul lavoro, bombardamenti e la crescente ostilità degli iracheni nei confronti dei “liberatori”.
Recensione: La recente guerra in Irak sta passando alla storia per essere, tra i grandi conflitti che negli ultimi decenni hanno coinvolto potenze occidentali, quello nel quale la copertura mediatica è stata forse più bassa e meno libera da condizionamenti militari e politici. Scoraggiati dai rapimenti e dagli attentati quasi quotidiani, ma anche dall’atteggiamento oscurantista nei confronti della stampa dei vertici militari americani, i giornalisti hanno a poco a poco abbandonato l’Irak, lasciando al pubblico mondiale un’informazione fatta in larga parte da notizie direttamente divulgate dall’esercito statunitense.
Non è quindi un’occasione da poco quella capitata (o guadagnata) dai registi Garrett Scott e Ian Olds, che nel 2003 hanno ricevuto l’autorizzazione a filmare e seguire 24 ore su 24, durante sei settimane, gli spostamenti e l’attività dell’ 82nd Airborne, una divisione di Marines incaricata di vegliare sulla città di Fallouja.
I due registi si sono mossi insieme ai soldati, seguendoli nel vivo delle operazioni di pattugliamento e perquisizione, utilizzando spesso immagini notturne filmate con i visori speciali a tinte verdi che riproducono direttamente la visuale dei militari. L’obiettivo, in buona parte riuscito, era quello di captare gli umori dei militari nei confronti della guerra in Irak pur senza mai sollecitarli direttamente, ma aspettando che questi si manifestassero come risultato della tensione e della paura accumulata. Al contempo i due autori (anche montatori) hanno cercato anche di rendere conto del punto di vista degli “occupati”, spesso fatalmente inconciliabile con quello americano.
Col passare del tempo crollano sullo schermo le certezze dei soldati e ad esso si sovrappone un senso di incertezza e ostilità: la missione si trasforma sempre di più in un incarico disperato, tanto che, prima che giungano i titoli di coda, si percepiscono chiaramente i motivi che avrebbero portato, qualche mese dopo la fine delle riprese, alla brutale violenza utilizzata dagli americani per piegare la strenua resistenza irachena nella città.
Ma se il coraggio di entrare in prima persona nell’agone del conflitto da parte dei registi non può essere negato, è altresì vero che dal punto di vista della scelta politica questi ultimi si mantengono, con discrezione forse eccessiva, al di sopra delle parti, limitandosi a registrare i malumori e le opinioni di soldati dal diverso orientamento, magari analizzando i motivi che li hanno spinti all’arruolamento (mancanza di alternative, frustrazione artistica, necessità economica etc). Pur senza un coraggio politico particolare Occupation: Dreamland è un film che rivela con ammirevole efficacia soprattutto il lato umano, e dunque spesso contraddittorio, dei soldati americani impegnati in Irak, talora pronti a dichiarazioni di grande apertura e senso critico ma spesso incuranti delle altrui sofferenze, come nella splendida scena in cui, durante l’irruzione in una casa irachena, i soldati discutono di argomenti futili mentre donne e bambini li osservano terrorizzati e senza capirne la lingua. E fra tutti i personaggi messi in scena merita una menzione il sergente Chris Corcione, ex chitarrista in una band di death metal del North Carolina e capo del suo battaglione, al quale intima di non pronunciare alcun commento negativo su Bush davanti alle telecamere. Arruolatosi per sfuggire alla routine quotidiana, con il suo umorismo grossolano e volgare sulla guerra è la rappresentazione dell’incapacità americana di capire davvero gli iracheni, ma è anche un elemento necessario per allentare il nervosismo altrimenti insopportabile dei soldati.
Sito ufficiale del film: www.occupationdreamland.com/
Curiosità: Il regista e produttore Garett Scott è tragicamente morto lo scorso marzo all’età di 37 anni. Appena pochi giorni dopo la sua morte, Occupation: Dreamland ha ottenuto il premio “Truer than fiction” (“Più vero della finzione”) agli Independent Spirit Awards di Santa Monica
A proposito del documentario della BBC sui preti pedofili: lettera aperta di Giancarlo Bocchi sulla censura in televisione

Ricevo e pubblico
Lettera aperta di Giancarlo Bocchi al direttivo di Doc/it
Sulla censura in televisione e sul diritto morale degli autori all' integrità dell' opera.
Nel corso del recente tentativo di censurare o d' impedire l... (Continua)
Le ferie di Licu: recensione
TramaLicu è un cittadino del Bangladesh di 27 anni. Da 6 vive a Roma dove, “regolarizzato” e integrato, si divide tra due lavori. Un giorno riceve dalla famiglia una lettera che gli annuncia che presto si sposerà con Fancy, una graziosa ragazza di 18 anni che non ha mai conosciuto e di cui è acclusa una fotografia. Licu deve chiedere 4 settimane di ferie per volare in patria e ottenere ufficialmente dalla famiglia di Fancy la mano della figlia. Dopo esservi riuscito, i due sposi si trasferiranno in Italia.
Recensione: Nonostante le dimensioni del fenomeno e le strumentalizzazioni politiche, non sono molti i film ed i documentari che parlano di immigrazione in Italia. Le ferie di Licu sceglie come soggetto centrale quello di un matrimonio combinato tra un bengalese che vive in Italia ed una sua concittadina che invece accetta di emigrare per raggiungerlo. Nato sulla scia di un’indagine sulla comunità bengalese di Roma effettuata dal regista Vittorio Moroni, il film è un documentario nel quale l’autore manovra spesso come attori i protagonisti al fine di ri- drammatizzare “artificialmente” alcune situazioni da loro realmente vissute. Lasciamo da parte il dibattito sulle definizioni, da docu- fiction a mockumentary, ricordando che nessun documentario ha mai potuto prescindere totalmente dalla volontà narrativa e una qualche forma di messa in scena da parte del regista. Quel che interessa qui è la capacità di osservare una parabola tipica dell’immigrazione analizzata attraverso tre fasi successive (la vita in Italia, il viaggio in Bangladesh per conoscere la moglie, il ritorno in Italia in compagnia della ragazza) di un momento cruciale nella vita di un migrante. Un momento, quello del matrimonio (peraltro combinato), che richiama interrogativi esistenziali propri non solo agli immigrati. Si può amare a distanza e senza conoscersi? Ci si può davvero affrancare dalla cultura e dalle strutture mentali ricevute in eredità dalla propria famiglia e dal proprio paese natale? Il film non vuole ovviamente dare risposte universali ed anzi si conclude volontariamente su un’atmosfera di incertezza nella relazione tra Licu e Fancy, sospesi tra la nostalgia del proprio paese e gli sforzi sinceri per abituarsi a vivere insieme, entrambi stranieri, in Italia. Sono molti i momenti cinematograficamente riusciti: l’arrivo della lettera, le trattative estenuanti tra Licu e la famiglia di Fancy in Bangladesh e, soprattutto, il momento in cui i due promessi sposi, appresa la notizia del loro fidanzamento, sono seduti su un letto e cominciano a conoscersi per la prima volta, ingenuamente e con palpabile tensione, attraverso piccole domande personali. Intimista, sobrio nello stile e molto basato sull’uso della camera a mano, il film si concede tuttavia anche spazi di diversione, come nel video del matrimonio dove le frenetiche musiche bengalesi accompagnano effetti di montaggio pacchiani.
Uscito in giorni in cui l’insofferenza di una parte della popolazione italiana verso l’immigrazione si manifesta in maniera schizofrenica e incontrollata, Le ferie di Licu riesce a evitare anche quella che poteva essere l’estremizzazione opposta, il macchiettismo buonista ed idealizzato dell’immigrato, imponendosi una sobrietà di sguardo umanista ma mai indulgente. Il musulmano Licu è infatti un cittadino integrato e moderno, ha amiche italiane, parla la lingua del paese in cui vive e non è certo un terrorista o un killer della metro. Ma al contempo accetta il matrimonio combinato dai genitori, si impone precetti religiosi di castità e ascetismo un po’anacronistici e si lascia scappare, di tanto in tanto, frasi sessiste. Insomma, è un uomo. Un uomo che lotta con quei problemi di coppia, d’identità ed affermazione personale che il contesto dell’immigrazione amplifica ma che non sono così diversi da quelli di tutti gli esseri umani. Averlo mostrato non è merito da poco.
Curiosità:
Vittorio Moroni e i suoi collaboratori erano già stati protagonisti di una interessantissima strategia di diffusione cinematografica che mirava a vincere la diffidenza verso i prodotti a piccolo budget di distributori ed esercenti. Per il suo primo lungometraggio Tu devi essere il lupo, fu fondata l’associazione Myself, il cui obiettivo era quello di organizzare la prevendita dei biglietti del film prima ancora che ne fosse stampata una copia in pellicola ed organizzata una proiezione. Agli occhi di alcuni (volenterosi) esercenti gli incassi di tale prevendite hanno costituito una garanzia sufficiente per accettare di programmare il film in sala. Film che così è riuscito ad essere mostrato in numerose città d’Italia ed essere visto da oltre 20.000 persone. Per Le ferie di Licu la formula è stata ripetuta: il film è uscito inizialmente in 3 città, che diventeranno 7 dalla seconda settimana di distribuzione. In programma c’è anche un “tour estivo” del film e la possibilità di pre-acquistarne il dvd.
Il sito ufficiale del film www.leferiedilcu.it contiene anche i dettagli sull’associazione Myself e sulle modalità per sostenere e distribuire il film.
Tek Festival a Roma

Dal 2002 il Tek Festival è un punto di riferimento per il cinema e soprattutto il documentario sociale e indipendente in Italia. Una rassegna a vocazione internazionale e di esplorazione culturale come dice il sottotitolo “Ai confin... (Continua)
Guida al download responsabile #5: “Zidane: a 21st Century Portrait” di Douglas Gordon e Philippe Parreno
Come per Diego Armando Maradona, "protagonista" in questi giorni del film di Marco Risi e di una penosa vicenda alcolico- ospedaliera, il fatto di essere celebrati in film, canzoni e biografie quando si è ancora in vita, o addirittura ancora in attività,è uno dei segni dell’immortalità sportiva. E’un onore che tocca anche a Zinedine Zidane, forse il più grande calciatore al mondo dopo il ritiro dell’argentino. Ancora prima delle celebre testata rifilata a Marco Materazzi nella finale della Coppa del Mondo 2006 a Berlino, che rischia di rimanere il suo gesto più famoso e ritrasmesso, Zidane era stato infatti il soggetto principale di un interessante documentario firmato da Douglas Gordon e dal francese Philippe Parreno dal titolo Zidane: a 21st Century Portrait e già presentato al Festival di Cannes nel 2006. In pratica, durante la partita Real Madrid- Villareal del 2005, i due video-artisti hanno utilizzato 17 telecamere, sia 35mm che HD, tutte quante puntate, con prospettive, angolature e focali differenti, proprio su Zidane, sotto la supervisione del direttore della fotografia Darius Khondji (quello, tra gli altri, di Seven, Panic Room, Io ballo da sola e Evita). Considerata la difficile relazione tra calcio e cinema, viene da dirsi che serviva un film come questo per riconciliare i due universi. Il risultato è infatti stupefacente, ai limiti dell’arte astratta grazie anche al montaggio e alle musiche dei Mogwai. Zidane corre, talvolta col pallone tra i piedi ma più raramente da solo, mentre la sua voce off, catturata qualche tempo dopo la partita, commenta alcune azioni. In campo Zizou parla, litiga, si riposa, suda e sembra avvertire il nervosismo dell’esperimento cinematografico. A metà tra la cavia e la solitudine dell’ala destra, Zidane alla fine (e non sarà l’unica volta nella sua carriera) cede alla tensione e scatta il coup de théâtre: fallo grave ed espulsione per il protagonista del film. Talmente inatteso da risultare poco chiaro anche nel montaggio finale. Da vedere assolutamente, in dvd di importazione o tramite download.
Bilbolbul- Festival Internazionale del fumetto e un documentario su Lorenzo Mattotti di Renato Chiocca
Si è aperta il 13 marzo a Bologna la rassegna Bilbolbul- Festival Internazionale del fumetto, fiera del comics che prevede incontri con autori, mostre (quest’anno una dedicata al grande Magnus) ed anche alcuni appuntamenti cin... (Continua)
Guida al download responsabile #4: "General Idi Amin Dada: Autoportrait" di Barbet Schroeder
Il pretesto per ripescare questo documentario è ovviamente l’uscita in sala di L’ultimo re di Scozia di Kevin MacDonald nonché l’Oscar al miglior attore ottenuto da Forest Whitaker per la sua interpretazione d... (Continua)
Proiezione di We Feed the World a Firenze- Auditorium Stensen

Nella rubrica "Guida al download responsabile" avevo parlato del documentario We Feed the World dell'austriaco Erwin Wagenhofer, lamentando il fatto che il film non fosse distribuito in Italia. E'per questo che pubblico volentieri i... (Continua)
Guida al download responsabile #3: "Sobibor" di Claude Lanzmann
Se scaricare alcuni film da internet costituisce un piccolo reato, azione ben più grave è non vedere opere che difficilmente uno potrebbe procurarsi altrove che sulla rete.
Tra esse ci permettiamo di segnalare Sobibor, 14 octobre... (Continua)
Uccidete il documentario. Una riflessione sul film(?) di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani
Ricordate l'uscita del documentario "Uccidete la democrazia", sui presunti brogli elettorali nella notte tra il 9 e il 10 aprile, lo scandalo delle schede nulle, il sequestro del documentario, le polemiche, le minacce di ricorso e il riconteggio? Tranquilli, era due mesi fa, nel lontano 2006: prima della strage di Erba e prima degli appassionanti Stati Generali della sinistra italiana nella reggia di Caserta. Non c'è neanche più bisogno di cambiare tutto perchè tutto rimanga com è, basta aspettare qualche settimana e due turni di campionato.
Dei sospetti di quella notte oggi, oltre allo sconfortante trionfo dello status quo su qualsiasi tentativo di rinnovamento, è rimasto solo ciò di cui avremmo fatto volentieri a meno: il pessimo, davvero pessimo, documentario di Deaglio e Cremagnani. Come dice Paolo Mereghetti a proposito del film "Tutti dentro" di Alberto Sordi, "E' qualcosa di più di un cattivo film. E'una cattiva azione". Per dilettantismo e presunzione gli autori del film hanno trasformato in sproloquio una reale occasione di indagine, facendo peraltro passare l'indignazione civile per farneticazione e complottismo.
Con l'accordo dell'autore vi allego l'intervento che Filippo Bologna ha lasciato sul suo bianciardiano blog "Aprire il fuoco" (http://aprireilfuoco.wordpress.com) e di cui non cambierei, e non sarei in grado di cambiare, una sola parola.
Contano i documentari o i documenti?
Non passa giorno in cui il nostro paese rinunci al ridicolo. Ho appena finito di vedere l’incriminato documentario Uccidete la Democrazia di Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio per la regia di Ruben H. Oliva.
Non si riesce a capire come un film del genere possa aver creato tanto scompiglio. A parte l’esecrabile provvedimento del sequestro (tutto ciò che contrasta la libertà di espressione è esecrabile), per altro subito ritirato e che ha permesso al documentario di uscire con una nuova massiccia edizione, il documentario è quanto di più sconclusionato e sgangherato si possa immaginare. Non è fazioso o ideologico: è proprio dilettantesco. Premetto che nel mio giudizio non c’è nessun preconcetto politico, “Ribadisco tutto il mio schifo per Berlusconi”, diceva Benigni anni fa. E io sottoscrivo.
Ma il film di Deaglio e Cremagnani costuito come un docu-thriller rasenta il farsesco. Porta a spasso lo spettatore per 90 minuti disseminando sospetti (legittimi) di brogli sulle nostre elezioni senza addurre a sostegno della tesi uno straccio di prova. Inframezza la ricostruzione della concitata maratona elettorale con brani di finzione in cui gli attori recitano un canovaccio da fiction di terzordine: “Al mio paese, la gallina che canta per prima è quella che ha fatto l’uovo…”, dice la giornalista per suggerire il fatto che Berlusconi che per primo ha sollevato l’ipotesi brogli sia in realtà il grande burattinaio dell’inghippo elettorale. Forza i nessi causali stabilendo un parallello discutibile tra i presunti brogli in Florida e quelli di Roma. Accampa una ricostruzione della notte elettorale, con l’immancabile abboccamento tra Gola Profonda - che resta scenicamente in ombra - e una rampante giornalista alla ricerca della verità, ricostruzione che ha lo stesso grado di credibilità della parodia che Aldo Giovanni e Giacomo facevano della trasmissione Ultimo minuto. La giornalista mostra convulsamente grafici in cui si vede la diminuizione sensibile delle schede bianche tra le elezioni del 2001 e quelle del 2006. Questo basta agli autori per asserire che le schede bianche sono state convertite in voti buoni per la Cdl. Non viene mai citata una fonte, non viene mai sentita un’alra campana, mai intervistato un “esperto autorevole”, se non il programmatore americano - militante repubblicano - a cui venne commissionato un software di falsificazione elettorale che secondo le rilevazioni del teste causò il pasticcio in Florida. Programmatore pentito che poi ha pensato bene di candidarsi nei democratici cavalcando la campagna per la trasparenza elettorale. La scena madre in cui a Deaglio in un anonimo Motel il programmatore confeziona all’impronta un database con Access (una cosa che si può imparare a fare con le dispense in edicola) in grado di manipolare le schede elettorali è degna di una scena di Vogliamo i colonnelli. Film per altro citato nel documentario. Alla fine, visto che non poteva passare inosservata l’obiezione: “Ma allora se hanno messo in piedi tutto questo macchinario perché ha perso Berlusconi?”, gli autori tirano fuori il coniglio dal cilindro. E’ stato Pisanu, che nella notte dei lunghi coltelli, dopo una tesissima riunione a Palazzo Grazioli ha capito che Berlusconi era un gatto che si agitava ma un gatto morto (a braccio ma testuale). La lezione, ci dicono gli autori, è: mai sottovalutare l’antropologia democristiana. E mai sottovalutare il pressapochismo dei giornalisti.
Io dico a Deaglio di guardarsi qualche puntata di Report e poi riprovare a costruire un documentario serio. Difendo la trasparenza, il dovere di sapere e il diritto di ottenere risposte ma condanno la demagogia di operazioni come queste. Se brogli ci sono stati, ed è un fatto gravissimo, Deaglio porti le prove ai giudici.
P.S. Postilla dell’ultima ora: apprendo che la Giunta per le Elezioni ha deciso di riconteggiare 700.000 schede dichiarate nulle o bianche nelle passate elezioni. Speriamo solo si faccia finalmente chiarezza su questo ennesimo pasticciaccio brutto all’italiana. Se il documentario di Deaglio ha contribuito a smuovere questa penosa situazione gliene rendo merito. Ciò non toglie che lo considero un esempio di documentario davvero scadente.
Filippo Bolognahttp://aprireilfuoco.wordpress.com/2006/12/06/non-contano-i-documenti-ma-i-documentari/#more-96
(6 dicembre 2007)
Sito ufficiale di "Uccidete la democrazia": http://www.uccidetelademocrazia.com/
Guida al download responsabile #2: "Hoop Dreams" di Steve James, Frederick Marx e Peter Gilbert (1994)
Il secondo capitolo della nostra giovane “guida al download responsabile” (ovvero: se non potete permettervelo, se non è disponibile in Italia, scaricatevelo da eMule ché ne vale la pena) è dedicato a Hoop Dreams, stre... (Continua)
Guida al download responsabile #1: "We Feed the World" di Erwin Wagenhofer (2006)
Questa è la prima di una serie di schede dedicate a documentari di scarsa reperibilità ma dal contenuto e dal valore imprescindibile. Documentari insomma che non è facile vedere in giro ma che può valere la pena di ammirare anche a costo di un piccolo atto discutibile (per alcuni) come il download gratuito sulla rete. In molti casi, laddove è disponibile una versione dvd, una proiezione imminente o un passaggio tv, verranno indicate le vie legali per accedere al






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