Recensione: Il Grande Match di Gerardo Olivares

Luglio 2002: il giorno della finale della coppa del mondo di calcio Brasile-Germania. Miliardi di persone sono collegati alla loro tv per seguire l’evento. Ma non per tutti è così facile procurarsi un apparecchio. Tra Mongolia, Sahara ed Amazzonia tre storie si intrecciano raccontando la passione calcistica di chi vive nei luoghi più isolati del pianeta e la loro difficoltà a procurarsi una tv.
Non è una novità assoluta, ma parallelamente alla timida crescita del genere documentario in Europa, sono tornate di moda quelle opere che, su un impianto tipicamente documentario (attori e ambientazioni realmente esistenti) innestano una sceneggiatura, e quindi dinamiche di realizzazione, che sostanzialmente provengono dall’universo del cinema di finzione. Allontanandosi progressivamente dalle regole del cinéma verité, registi come Herzog concepiscono sempre più il documentario come un’opera che parte sì dal reale ma che utilizza canoni e tecniche del cinema di finzione: le stesse scene sono girate più volte, gli attori sono sottoposti a prove di recitazione e ripetizione e così via.
Nella Gran Final (titolo tradotto per chissà quale vezzo anglicista come Il grande match) il regista spagnolo Gerardo Olivares ha scelto di raccontare in questo modo la passione per il calcio attraverso tre luoghi che sintetizzano, nell’immaginario occidentale, l’esotismo e l’isolamento, sia geografico che culturale, dalla modernità: il deserto del Sahara, la foresta amazzonica e le steppe della Mongolia.
Utilizzando attori non professionisti (veri indios, beduini e “cavalieri” mongoli debitamente ringraziati nei bei titoli di coda), ha creato un film in cui il confine tra fiction e documentario è, perlomeno per lo spettatore, quasi totalmente annullato. Non solo durante le riprese i personaggi “recitano”, ripetendo artificialmente i loro gesti sotto la guida del regista ma addirittura viene loro attribuito un copione decisamente narrativo, ancorché adattato al loro habitat.
Sorvolando sulla definizione del genere (docufiction, mockumentary o altro), il film utilizza il paradosso delle popolazioni isolate eppure desiderose di vedere il match più “globalizzato” del pianeta per ottenere un effetto comico e di contrasto tra i “buon selvaggi” e le nuove necessità della modernità, in questo caso il rapporto con lo sport come spettacolo planetario. Così gli indios che pure rifiutano le comodità dei loro vicini “moderni”, si avvicinano ad essi per sbirciarne la tv, mentre i beduini sahariani ed i mongoli sospendono il loro stile di vita tradizionale per i novanta minuti della partita, trasformandosi in ultrà di Brasile o Germania, scegliendo il proprio campo con criteri piuttosto volubili.
Il film potrebbe vivere quasi senza dialoghi, fatta eccezione per l’episodio mongolo dove gli uomini a cavallo “tradizionali” si trovano a dover contrattare con la rigida polizia del paese il diritto a installare un’antenna sulla loro tenda. E a completare un’opera che ha piena dignità, anche formale, di vera opera cinematografica, la bellissima fotografia curata dallo stesso Olivares: soprattutto nell’episodio mongolo, con immagini di caccia in spazi all’apparenza sterminati, e in quello sahariano, con i giganteschi camion del deserto che avanzano sulle dune come carri di carnevale, stipati all’inverosimile di bagagli e passeggeri vestiti con abiti coloratissimi.
Pubblicato originariamente su cinema.dada.net/primevisioni/artI4205.html
Scheda tecnica
Titolo originale La Gran Final
Regia Gerardo Olivares
Sceneggiatura Gerardo Olivares, Chema Rodriguez
Interpreti Abu Aldanish, Shag Humar Khan, Zeinolda Igiza, Tano Alansar, Attibou Aboubacar, Ahmed Alansar
Durata 88 min.
Montaggio Rosario Sainz de Rozas
Musiche Martin Meissonier
Fotografia Gerardo Olivares
Paese, Anno Spagna 2006
Produzione Greenlight Media AG, Wanda Films S.L.
Distribuzione Mikado





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