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Le ferie di Licu: recensione

07/05/2007 | postato da: federicof | Commenti 2

 

Trama
Licu è un cittadino del Bangladesh di 27 anni. Da 6 vive a Roma dove, “regolarizzato” e integrato, si divide tra due lavori. Un giorno riceve dalla famiglia una lettera che gli annuncia che presto si sposerà con Fancy, una graziosa ragazza di 18 anni che non ha mai conosciuto e di cui è acclusa una fotografia. Licu deve chiedere 4 settimane di ferie per volare in patria e ottenere ufficialmente dalla famiglia di Fancy la mano della figlia. Dopo esservi riuscito, i due sposi si trasferiranno in Italia.

Recensione: Nonostante le dimensioni del fenomeno e le strumentalizzazioni politiche, non sono molti i film ed i documentari che parlano di immigrazione in Italia. Le ferie di Licu sceglie come soggetto centrale quello di un matrimonio combinato tra un bengalese che vive in Italia ed una sua concittadina che invece accetta di emigrare per raggiungerlo. Nato sulla scia di un’indagine sulla comunità bengalese di Roma effettuata dal regista Vittorio Moroni, il film è un documentario nel quale l’autore manovra spesso come attori i protagonisti al fine di ri- drammatizzare “artificialmente” alcune situazioni da loro realmente vissute.  Lasciamo da parte il dibattito sulle definizioni, da docu- fiction a mockumentary, ricordando che nessun documentario ha mai potuto prescindere totalmente dalla volontà narrativa e una qualche forma di messa in scena da parte del regista. Quel che interessa qui è la capacità di osservare una parabola tipica dell’immigrazione analizzata attraverso tre fasi successive (la vita in Italia, il viaggio in Bangladesh per conoscere la moglie, il ritorno in Italia in compagnia della ragazza) di un momento cruciale nella vita di un migrante. Un momento, quello del matrimonio (peraltro combinato), che richiama interrogativi esistenziali propri non solo agli immigrati. Si può amare a distanza e senza conoscersi? Ci si può davvero affrancare dalla cultura e dalle strutture mentali ricevute in eredità dalla propria famiglia e dal proprio paese natale? Il film non vuole ovviamente dare risposte universali ed anzi si conclude volontariamente su un’atmosfera di incertezza nella relazione tra Licu e Fancy, sospesi tra la nostalgia del proprio paese e gli sforzi sinceri per abituarsi a vivere insieme, entrambi stranieri, in Italia.  Sono molti i momenti cinematograficamente riusciti: l’arrivo della lettera, le trattative estenuanti tra Licu e la famiglia di Fancy in Bangladesh e, soprattutto, il momento in cui i due promessi sposi, appresa la notizia del loro fidanzamento, sono seduti su un letto e cominciano a conoscersi per la prima volta, ingenuamente e con palpabile tensione, attraverso piccole domande personali. Intimista, sobrio nello stile e molto basato sull’uso della camera a mano, il film si concede tuttavia anche spazi di diversione, come nel video del matrimonio dove le frenetiche musiche bengalesi accompagnano effetti di montaggio pacchiani. 

Uscito in giorni in cui l’insofferenza di una parte della popolazione italiana verso l’immigrazione si manifesta in maniera schizofrenica e incontrollata, Le ferie di Licu riesce a evitare anche quella che poteva essere l’estremizzazione opposta, il macchiettismo buonista ed idealizzato dell’immigrato, imponendosi una sobrietà di sguardo umanista ma mai indulgente. Il musulmano Licu è infatti un cittadino integrato e moderno, ha amiche italiane, parla la lingua del paese in cui vive e non è certo un terrorista o un killer della metro. Ma al contempo accetta il matrimonio combinato dai genitori, si impone precetti religiosi di castità e ascetismo un po’anacronistici e si lascia scappare, di tanto in tanto, frasi sessiste. Insomma, è un uomo. Un uomo che lotta con quei problemi di coppia, d’identità ed affermazione personale che il contesto dell’immigrazione amplifica ma che non sono così diversi da quelli di tutti gli esseri umani. Averlo mostrato non è merito da poco.

Curiosità:

Vittorio Moroni e i suoi collaboratori erano già stati protagonisti di una interessantissima strategia di diffusione cinematografica che mirava a vincere la diffidenza verso i prodotti a piccolo budget di distributori ed esercenti. Per il suo primo lungometraggio Tu devi essere il lupo, fu fondata l’associazione Myself, il cui obiettivo era quello di organizzare la prevendita dei biglietti del film prima ancora che ne fosse stampata una copia in pellicola ed organizzata una proiezione. Agli occhi di alcuni (volenterosi) esercenti gli incassi di tale prevendite hanno costituito una garanzia sufficiente per accettare di programmare il film in sala. Film che così è riuscito ad essere mostrato in numerose città d’Italia ed essere visto da oltre 20.000 persone. Per Le ferie di Licu la formula è stata ripetuta: il film è uscito inizialmente in 3 città, che diventeranno 7 dalla seconda settimana di distribuzione. In programma c’è anche un “tour estivo” del film e la possibilità di pre-acquistarne il dvd.
Il sito ufficiale del film www.leferiedilcu.it contiene anche i dettagli sull’associazione Myself e sulle modalità per sostenere e distribuire il film.


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