Ciao sono federicof
Vedi il mio profilo


Marzo 2008

DLMMGVS
1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31

Ultimi commenti

Nuovi post

Tag

Diffondi i contenuti

Aggiungi al mio Dada

Aggiungi al mio Dada

Condividi i contenuti

De.licio.us
Categorie Recensioni

Recensione a "Biùtiful Cauntri" di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero

08/03/2008 | postato da: federicof | Commenti 0

Pubblicato su cinema.it il 07.03.2008

Trama:
Sono più di 1200 le discariche abusive della Campania, regione che dal 1994 è stata commissariata dallo Stato per far fronte all’emergenza dei rifiuti e delle discariche abusive. Molte ... (Continua)

Recensione di "Il futuro non è scritto - Joe Strummer" di Julien Temple

03/03/2008 | postato da: federicof | Commenti 0

Articolo pubblicato su cinema.it il 29.02.2008

Trama: Documentario sulla vita e la musica di Joe Strummer (1952- 2002) , storica voce della band inglese The Clash ma anche di 101ers e più recentemente The Mescaleros e (per breve tempo)... (Continua)

Berlinale 2008. Gran premio della giuria a "Standard Operating Procedure" di Errol Morris

19/02/2008 | postato da: federicof | Commenti 2

Articolo di Silvia Nugara pubblicato su Cinema.it il 15.02.2008

S.O.P. (Standard Operating Procedure) è la sigla che è stata utilizzata dalla corte marziale per classificare alcuni degli atti ritratti nelle foto del carcere di Abu G... (Continua)

Berlinale 2008: Orso d'oro a "Tropa de elite" di José Padilha

15/02/2008 | postato da: federicof | Commenti 0

Articolo di Sara Mamone sul film Tropa de Elite, Orso d'oro alla Berlinale 2008, tratto dal sito www.drammaturgia.it

Film di violenza assoluta e senza margini di speranza Tropa de elite del brasiliano José Padilha è la storia di... (Continua)

Documentari al 25° Torino Film Festival: "Il confine" di Stefano Mordini e "La Mal'ombra" di A.Segre e F.Cressati

03/12/2007 | postato da: federicof | Commenti 2

In un concorso italiana.doc del Torino Film Festival che ha premiato La naciòn Mapuce  di Fausta Quattrini, vanno segnalati due documentari che trattano due temi diversi eppure al cuore della realtà politica italiana: Il co... (Continua)

Documentari al 25° Torino Film Festival: "In Fabbrica" di Francesca Comencini

01/12/2007 | postato da: federicof | Commenti 5

Articolo originale su Cinema.it
Materiali di repertorio (prevalentemente provenienti dalla RAI e dall’ Archivio audiovisivo del movimento operaio democratico) sul lavoro in fabbrica e l’evoluzione della classe operaia in Italia dal dopogue... (Continua)

Documentari al 25° Torino Film Festival: “Noi dobbiamo deciderci” di D’Agostino & Lavorato e “L’esame di Xhodi” dei fratelli De Serio

28/11/2007 | postato da: federicof | Commenti 3

La 25° edizione del Torino Film Festival ha presentato nel concorso Italiana.Doc due opere che confermano due tendenze del cinema documentario italiano: una vocazione politica molto forte e la tendenza a curare la regìa in coppia o addiritt... (Continua)

Documentari al 25° Torino Film Festival: “Joe Strummer: the Future is Unwritten” di Julien Temple

25/11/2007 | postato da: federicof | Commenti 0

Sabato 24 novembre è stato presentato al Torino Film Festival "Joe Strummer: the Future is Unwritten" documentario- tributo all’ex cantante dei The Clash (ma anche 101ers e più recentemente The Mescaleros) realizz... (Continua)

Recensione: Il Grande Match di Gerardo Olivares

23/10/2007 | postato da: federicof | Commenti 0

Luglio 2002: il giorno della finale della coppa del mondo di calcio Brasile-Germania. Miliardi di persone sono collegati alla loro tv per seguire l’evento. Ma non per tutti è così facile procurarsi un apparecchio. Tra Mongolia, Sah... (Continua)

Documentario di Jonathan Demme su Jimmy Carter- "Man from plains"

10/09/2007 | postato da: federicof | Commenti 0

Da qualche anno si osservano due tendenze interessanti nel panorama documentaristico degli Stati Uniti. Da una parte il sempre più frequento "salto" dalla fiction al documentario di autori celebri, come Oliver Stone, Spike Lee, solo... (Continua)

In anteprima- recensione di "Sicko", il nuovo film di Michael Moore

12/08/2007 | postato da: federicof | Commenti 2

 



Pubblichiamo in anteprima una recensione di SICKO, il nuovo film di Michael Moore, regista di Bowling a Columbine e Fahreneit 9/11, la cui uscita nelle sale italiane è prevista per il 24 agosto prossimo.

 
Dopo il controverso Fahreneit 9/11, premiatissimo al botteghino (è il documentario di maggior successo della storia del cinema), Oscar per il documentario e Palma d’oro al Festival di Cannes del 2004, Michael Moore è tornato con Sicko a quello che sa fare meglio: l’analisi impietosa del sistema americano attraverso un singolo fenomeno rivelatore del malessere di una nazione. Era stato così in Roger & Me, che partiva dalle delocalizzazioni e i licenziamenti della General Motors per estendersi su tutto il sistema produttivo ed economico americano, e soprattutto di Bowling for Columbine, incentrato sull’uso e la circolazione delle armi da fuoco. Con  il suo nuovo film Moore conferma di aver ormai decisamente virato verso un populismo che farà storcere il naso ad alcuni spettatori, specie europei, ma recupera una lucidità e una coerenza che erano venuti meno in Fahreneit 9/11 Insieme alla pena di morte, l’esistenza di un sistema sanitario privatizzato è forse l’elemento degli Stati Uniti che più indigna l’opinione europea. Dopo aver lanciato un appello dal suo sito, in cui chiedeva agli americani di raccontare le proprie storie di malasanità, Moore ha indagato e filmato un’infinità di storie minime di cittadini americani. Dal falegname che ha perso due falangi e che se ne è fatta riattaccare una sola perché l’altra era troppo cara, alla madre che ha perso la figlia perché l’ospedale non riconosceva la sua assicurazione medica. Dalla donna cui non viene diagnosticato un cancro per non dover rimborsare i costi di una chemioterapia alle statunitensi che decidono di sposare un canadese per avere una copertura medica. Anche chi è coperto è spesso a rischio, sottoposto al rigido controllo di assicurazioni alla costante ricerca di cavilli burocratici e patologie pregresse che permettono loro di non corrispondere le prestazioni mediche dovute. 

Seguendo uno schema preciso e talvolta un po’ripetitivo, il film alterna agli vergogne sanitarie americane il ritratto del sistema medico di un altro paese di cui viene mostrata la superiorità. Così Moore mostra come Canada, Regno Unito, Francia e persino Cuba godano di un sistema sanitario pubblico, ed in generale di un sistema di protezioni statali, che protegge i propri cittadini assai più che negli Stati Uniti. Dalla sanità, il regista si allarga a tutto il sistema statunitense, rivelando un paese in cui la classe politica, da Nixon fino alle ultime riforme Bush jr, ha smantellato ogni forma di protezione statale, svendendosi poi letteralmente alle case farmaceutiche, principali contributrici delle loro campagne elettorale. Un paese di indebitati cronici dove la mortalità infantile è più alta che a Santo Domingo ma dove le compagnie assicurative fanno super profitti. 

Lo stile del regista non è cambiato: Moore è spesso in scena in prima persona a fare domande provocatorie o commentare, con una voce off molto insistente, situazioni surreali oppure lacrimevoli, mescolando alle interviste alcuni inserti documentari che testimoniano macchinazioni e scandali politici. Dotato evidentemente di una eccellente équipe di archivisti, Moore regala alcune gemme d’archivio, tra cui spicca il discorso pubblico dell’allora attore Ronald Reagan nel quale il futuro presidente spiega che, in pratica, accettando oggi una sanità pubblica, saremo presto in un sistema collettivizzato e socialista.  Di grande impatto il finale, nel quale Moore, dopo aver scoperto che l’unico luogo degli USA dove le prestazioni sanitarie sono gratuite è il “campo per terroristi” di Guantanamo, decide di accompagnarvi alcuni soccorritori dell’ 11 Settembre cui lo stato ha rifiutato ogni assistenza, oltre ad alcuni cittadini senza copertura medica. Di fronte all’impossibilità di ricevere tali cura, la comitiva (con mossa scaltramente preparata, ovviamente) si sposta a Cuba dove a tutti sono concesse cure gratuite e manifestazioni di solidarietà ed affetto.

Non cambiando lo stile restano, ovviamente, alcuni difetti intrinsechi a quest’ultimo. Abbiamo detto del populismo, cui si aggiungono la parzialità di certi interventi (a rigor di logica, intervistare una famigliola felice della classe media francese non significa che tutti i francesi siano più felici e tutelati degli americani), un gusto stucchevole per le frasi ad effetto e certe cadute decisamente kitsch, come quando il regista passeggia sul Pont de la Concorde a Parigi con in sottofondo “Je t’aime, moi non plus” di Serge Gainsbourg. In una parola, a voler fare un’obiezione estetica, l’impostazione di Sicko, come già gli altri film del regista, rimane di gusto molto “americano”. 

Alora la domanda è semplice: il fine giustifica i mezzi? Chi conosce la ferocia del dibattito politico statunitense e il potere di certe opinioni, sostenute da potenti lobby, contro la sanità pubblica (nel film si osservano politici e opinionisti avanzare obiezioni del tipo “Volete che sia lo stato a scegliere per voi?”, “Se vostra madre si sentisse male, dovreste prima parlare con un burocrate e poi con un medico”), forse converrà che lo stile di Moore è necessario per aprire una porta che sembra sprangata. E per quanto non propriamente rigoroso, il suo cinema è il massimo di quanto si possa proporre al grande pubblico americano senza passare da intellettuali filo-europei.

Probabilmente chi non ha amato Moore finora non cambierà idea visto che, come in passato, il regista continua a prestare il fianco agli argomenti dei suoi detrattori (su internet sono un’infinità, il più famoso dei quali è citato anche nella fine di Sicko), per i quali rimane un populista, un manipolatore furbetto, uno che si è fatto una grande pubblicità e ha fatto i soldi giocando sullo sdegno degli americani e sull’anti- americanismo degli europei .

Tutto (in misura diversa) vero ma resta, oltre a uno stile documentaristico comunque originale, il  coraggio di affrontare in maniera diretta temi di questa portata, portando il dibattito a un livello probabilmente più esteso di qualunque altro film politico o movimento civile non solo americano. E la posta in gioco, ovvero la creazione di un sistema sanitario universale e gratuito negli Stati Uniti, non è cosa da poco. Chi ha fatto di più scagli la prima pietra.

Curiosità: Il film è dedicato alla madre di Michael Moore ed alla memoria dello scrittore Kurt Vonnegut, scomparso lo scorso 11 Aprile, grande icona del pacifismo americano, strenuo oppositore della guerra in Iraq e fonte di ispirazione per svariate generazioni di attivisti politici in America. Uno di questi,  Tom Morello ex chitarrista di Rage Against the Machine e Audioslave, è autore della canzone "I'm alone with you", presente nella colonna sonora del film. 

Link

Sito ufficiale del regista www.michaelmoore.com

Sito ufficiale del film http://www.sicko-themovie.com/

La pagina di YouTube dedicata al progetto Sicko http://www.youtube.com/group/SiCKOthemovie

La pagina del più popolare dei siti anti Michael Moore www.moorewatch.com

Recensione: "Occupation Dreamland" di Ian Olds, Garrett Scott

19/06/2007 | postato da: federicof | Commenti 1

Trama:  Autunno 2003:  poco prima della grande rivolta di Fallouja, la vita quotidiana di un contingente di truppe americane inviate in Iraq con il compito di distendere i rapporti con la popolazione locale e al contempo di  mantenere l’ordine. Tra perquisizioni, morte sul lavoro, bombardamenti e la crescente ostilità degli iracheni nei confronti dei “liberatori”.

Recensione: La recente guerra in Irak sta passando alla storia per essere, tra i grandi conflitti che negli ultimi decenni hanno coinvolto potenze occidentali, quello nel quale la copertura mediatica è stata forse più bassa e meno libera da condizionamenti militari e politici. Scoraggiati dai rapimenti e dagli attentati quasi quotidiani, ma anche dall’atteggiamento oscurantista nei confronti della stampa dei vertici militari americani, i giornalisti hanno a poco a poco abbandonato l’Irak, lasciando al pubblico mondiale un’informazione fatta in larga parte da notizie direttamente divulgate dall’esercito statunitense.
Non è quindi un’occasione da poco quella capitata (o guadagnata) dai registi Garrett Scott e Ian Olds, che nel 2003 hanno ricevuto l’autorizzazione a filmare e seguire 24 ore su 24, durante sei settimane, gli spostamenti e l’attività dell’ 82nd Airborne, una divisione di Marines incaricata di vegliare sulla città di Fallouja.
I due registi si sono mossi insieme ai soldati, seguendoli nel vivo delle operazioni di pattugliamento e perquisizione, utilizzando spesso immagini notturne filmate con i visori speciali a tinte verdi che riproducono direttamente la visuale dei militari. L’obiettivo, in buona parte riuscito, era quello di captare gli umori dei militari nei confronti della guerra in Irak pur senza mai sollecitarli direttamente, ma aspettando che questi si manifestassero come risultato della tensione e della paura accumulata. Al contempo i due autori (anche montatori) hanno cercato anche di rendere conto del punto di vista degli “occupati”, spesso fatalmente inconciliabile con quello americano.
Col passare del tempo crollano sullo schermo le certezze dei soldati e ad esso si sovrappone un senso di incertezza e ostilità: la missione si trasforma sempre di più in un incarico disperato, tanto che, prima che giungano i titoli di coda, si percepiscono chiaramente i motivi che avrebbero portato, qualche mese dopo la fine delle riprese, alla brutale violenza utilizzata dagli americani per  piegare la strenua resistenza irachena nella città.

Ma se il coraggio di entrare in prima persona nell’agone del conflitto da parte dei registi non può essere negato, è altresì vero che dal punto di vista della scelta politica questi ultimi si mantengono, con discrezione forse eccessiva, al di sopra delle parti, limitandosi a registrare i malumori e le opinioni di soldati dal diverso orientamento, magari analizzando i motivi che li hanno spinti all’arruolamento (mancanza di alternative, frustrazione artistica, necessità economica etc). Pur senza un coraggio politico particolare Occupation: Dreamland  è un film che rivela con ammirevole efficacia soprattutto il lato umano, e dunque spesso contraddittorio, dei soldati americani impegnati in Irak, talora pronti a dichiarazioni di grande apertura e senso critico ma spesso incuranti delle altrui sofferenze, come nella splendida scena in cui, durante l’irruzione in una casa irachena, i soldati discutono di argomenti futili mentre donne e bambini li osservano terrorizzati e senza capirne la lingua. E fra tutti i personaggi messi in scena merita una menzione il sergente Chris Corcione, ex chitarrista in una band di death metal del North Carolina e capo del suo battaglione, al quale intima di non pronunciare alcun commento negativo su Bush davanti alle telecamere. Arruolatosi per sfuggire alla routine quotidiana, con il suo umorismo grossolano e volgare sulla guerra è la rappresentazione dell’incapacità americana di capire davvero gli iracheni, ma è anche un elemento necessario per allentare il nervosismo altrimenti insopportabile dei soldati.

Sito ufficiale del film:  www.occupationdreamland.com/

Curiosità: Il regista e produttore Garett Scott è tragicamente morto lo scorso marzo all’età di 37 anni. Appena pochi giorni dopo la sua morte, Occupation: Dreamland ha ottenuto il premio “Truer than fiction” (“Più vero della finzione”) agli Independent Spirit Awards di Santa Monica

Le ferie di Licu: recensione

07/05/2007 | postato da: federicof | Commenti 2

 

Trama
Licu è un cittadino del Bangladesh di 27 anni. Da 6 vive a Roma dove, “regolarizzato” e integrato, si divide tra due lavori. Un giorno riceve dalla famiglia una lettera che gli annuncia che presto si sposerà con Fancy, una graziosa ragazza di 18 anni che non ha mai conosciuto e di cui è acclusa una fotografia. Licu deve chiedere 4 settimane di ferie per volare in patria e ottenere ufficialmente dalla famiglia di Fancy la mano della figlia. Dopo esservi riuscito, i due sposi si trasferiranno in Italia.

Recensione: Nonostante le dimensioni del fenomeno e le strumentalizzazioni politiche, non sono molti i film ed i documentari che parlano di immigrazione in Italia. Le ferie di Licu sceglie come soggetto centrale quello di un matrimonio combinato tra un bengalese che vive in Italia ed una sua concittadina che invece accetta di emigrare per raggiungerlo. Nato sulla scia di un’indagine sulla comunità bengalese di Roma effettuata dal regista Vittorio Moroni, il film è un documentario nel quale l’autore manovra spesso come attori i protagonisti al fine di ri- drammatizzare “artificialmente” alcune situazioni da loro realmente vissute.  Lasciamo da parte il dibattito sulle definizioni, da docu- fiction a mockumentary, ricordando che nessun documentario ha mai potuto prescindere totalmente dalla volontà narrativa e una qualche forma di messa in scena da parte del regista. Quel che interessa qui è la capacità di osservare una parabola tipica dell’immigrazione analizzata attraverso tre fasi successive (la vita in Italia, il viaggio in Bangladesh per conoscere la moglie, il ritorno in Italia in compagnia della ragazza) di un momento cruciale nella vita di un migrante. Un momento, quello del matrimonio (peraltro combinato), che richiama interrogativi esistenziali propri non solo agli immigrati. Si può amare a distanza e senza conoscersi? Ci si può davvero affrancare dalla cultura e dalle strutture mentali ricevute in eredità dalla propria famiglia e dal proprio paese natale? Il film non vuole ovviamente dare risposte universali ed anzi si conclude volontariamente su un’atmosfera di incertezza nella relazione tra Licu e Fancy, sospesi tra la nostalgia del proprio paese e gli sforzi sinceri per abituarsi a vivere insieme, entrambi stranieri, in Italia.  Sono molti i momenti cinematograficamente riusciti: l’arrivo della lettera, le trattative estenuanti tra Licu e la famiglia di Fancy in Bangladesh e, soprattutto, il momento in cui i due promessi sposi, appresa la notizia del loro fidanzamento, sono seduti su un letto e cominciano a conoscersi per la prima volta, ingenuamente e con palpabile tensione, attraverso piccole domande personali. Intimista, sobrio nello stile e molto basato sull’uso della camera a mano, il film si concede tuttavia anche spazi di diversione, come nel video del matrimonio dove le frenetiche musiche bengalesi accompagnano effetti di montaggio pacchiani. 

Uscito in giorni in cui l’insofferenza di una parte della popolazione italiana verso l’immigrazione si manifesta in maniera schizofrenica e incontrollata, Le ferie di Licu riesce a evitare anche quella che poteva essere l’estremizzazione opposta, il macchiettismo buonista ed idealizzato dell’immigrato, imponendosi una sobrietà di sguardo umanista ma mai indulgente. Il musulmano Licu è infatti un cittadino integrato e moderno, ha amiche italiane, parla la lingua del paese in cui vive e non è certo un terrorista o un killer della metro. Ma al contempo accetta il matrimonio combinato dai genitori, si impone precetti religiosi di castità e ascetismo un po’anacronistici e si lascia scappare, di tanto in tanto, frasi sessiste. Insomma, è un uomo. Un uomo che lotta con quei problemi di coppia, d’identità ed affermazione personale che il contesto dell’immigrazione amplifica ma che non sono così diversi da quelli di tutti gli esseri umani. Averlo mostrato non è merito da poco.

Curiosità:

Vittorio Moroni e i suoi collaboratori erano già stati protagonisti di una interessantissima strategia di diffusione cinematografica che mirava a vincere la diffidenza verso i prodotti a piccolo budget di distributori ed esercenti. Per il suo primo lungometraggio Tu devi essere il lupo, fu fondata l’associazione Myself, il cui obiettivo era quello di organizzare la prevendita dei biglietti del film prima ancora che ne fosse stampata una copia in pellicola ed organizzata una proiezione. Agli occhi di alcuni (volenterosi) esercenti gli incassi di tale prevendite hanno costituito una garanzia sufficiente per accettare di programmare il film in sala. Film che così è riuscito ad essere mostrato in numerose città d’Italia ed essere visto da oltre 20.000 persone. Per Le ferie di Licu la formula è stata ripetuta: il film è uscito inizialmente in 3 città, che diventeranno 7 dalla seconda settimana di distribuzione. In programma c’è anche un “tour estivo” del film e la possibilità di pre-acquistarne il dvd.
Il sito ufficiale del film www.leferiedilcu.it contiene anche i dettagli sull’associazione Myself e sulle modalità per sostenere e distribuire il film.

Categorie Recensioni